Meno filato nuovo, più filato rigenerato: i numeri della sostenibilità Lanaioli

Meno filato nuovo, più filato rigenerato: i numeri della sostenibilità Lanaioli

Negli ultimi due articoli vi abbiamo raccontato la partnership con Reverso e il processo che trasforma un capo di cashmere scartato in un nuovo filato. Oggi chiudiamo la settimana con i numeri: quanto pesa davvero, in termini ambientali, la scelta di un filato rigenerato invece che vergine, e perché il problema dei rifiuti tessili non è un dettaglio, ma una delle emergenze meno raccontate della moda globale.

Il problema: dove finiscono davvero i vestiti che buttiamo

Quando doniamo o buttiamo un capo, tendiamo a immaginare che finisca comunque in un ciclo virtuoso — riuso, seconda mano, beneficenza. La realtà è più complicata. Una parte consistente degli abiti usati raccolti in Europa viene esportata verso l'Africa, dove spesso non trova una seconda vita, ma diventa rifiuto. Secondo un report di Greenpeace, il 46% degli abiti usati importati in Africa nel 2019 proveniva dall'Unione Europea, e solo sei paesi africani (tra cui Ghana, Kenya e Tunisia) hanno importato quasi 900.000 tonnellate di abiti di seconda mano nel solo 2022. Il Ghana da solo riceve circa 15 milioni di capi usati ogni settimana, dei quali circa la metà viene giudicata invendibile per qualità o danni, e finisce direttamente in discariche informali o bruciata a cielo aperto.

Non è quindi solo un problema di "quanti vestiti compriamo", di cui vi avevamo già parlato in un altro articolo: è anche un problema di dove va a finire, fisicamente, ciò che scartiamo, spesso in paesi che non hanno prodotto né consumato quei capi, ma si ritrovano a gestirne lo smaltimento.

La risposta: dare una seconda vita al filato, non solo al capo

Il cashmere rigenerato che nasce dalla nostra partnership con Reverso affronta questo problema a monte, intercettando i capi prima che diventino rifiuto ed evitando, allo stesso tempo, il bisogno di produrre nuova fibra vergine. E qui i numeri sono netti: secondo dati raccolti da realtà italiane specializzate nella rigenerazione di cashmere e lana, la produzione di filato rigenerato può ridurre il consumo di acqua fino al 90% e le emissioni di CO2 di oltre il 90% rispetto alla produzione di fibra vergine, con un risparmio energetico stimato intorno al 77-80%. Sono numeri che, ovviamente, variano a seconda del processo produttivo e della fibra specifica, ma che danno un'idea concreta di quanta risorsa si eviti di consumare semplicemente recuperando qualcosa che esiste già.

Perché non basta il filato: il servizio di riparazione

I filati rigenerati sono una risposta a monte, ma non l'unica. Da sempre offriamo un servizio di riparazione per i capi Lanaioli che ne hanno bisogno, proprio perché il modo più sostenibile di gestire un capo non è riciclarlo il prima possibile, ma farlo durare il più a lungo possibile prima ancora che diventi materia da rigenerare. Comprare meno, scegliere meglio, e poi prendersi cura di quello che si è scelto: sono tre fasi della stessa filosofia, non tre iniziative separate.

Il quadro completo

Con Reverso chiudiamo, per ora, il racconto delle tre novità di questa fase: la lana merino della nostra filiera corta e della razza Sopravvissana, le fibre naturali sviluppate con Maeko Filati, e ora i filati rigenerati. Tre risposte diverse allo stesso problema di fondo: un'industria della moda che, a livello globale, produce e scarta più di quanto il pianeta (e chi ci vive, spesso lontano da dove quei vestiti sono stati comprati) possa sostenere.

Nelle prossime settimane vi racconteremo come queste tre storie si intrecciano in un'unica visione per la collezione autunno-inverno.