Ortica e yak: gomitoli di filati naturali al telaio, Lanaioli

Ortica e yak: i filati meno conosciuti (e più interessanti) della nuova collezione

Ortica e yak sono i due filati della nostra nuova collezione di cui si parla meno, e forse proprio per questo sono quelli che incuriosiscono di più. Ne avevamo già accennato presentando le fibre naturali scelte con Maeko Filati e raccontando perché mischiare yak e lana merino. Oggi andiamo più a fondo: da dove vengono, come diventano filato e, con onestà, che cosa sappiamo e che cosa è ancora da verificare. Una precisazione di partenza: i capi realizzati con questi filati non sono ancora in catalogo. Quando arriveranno ve lo diremo, con la scheda completa di ogni capo.

Ortica e yak: gomitoli di filati naturali al telaio, Lanaioli

Ortica: una fibra antica che stiamo riscoprendo

Chi pensa all'ortica come a una semplice erbaccia può restare sorpreso: con i suoi steli si tessono stoffe da secoli. Una rassegna scientifica pubblicata nel 2022 sulla rivista Materials ricorda un tessuto di ortica svizzero risalente al VII secolo e un riferimento britannico al "nettlecloth" del 1391. Tra Ottocento e Novecento Germania e Austria ne fecero una coltura da fibra e, secondo le fonti citate dagli autori, durante la Prima guerra mondiale l'esercito tedesco usò tessuto di ortica per le uniformi, quando le sanzioni resero il cotone introvabile. Poi, con l'arrivo di fibre più economiche, l'interesse è sparito per quasi un secolo.

Fare un filato dall'ortica non è semplice. Dopo la raccolta degli steli, la fibra va separata dalla parte legnosa con la macerazione, la decorticazione e una serie di pulizie successive: per ottenere un filato fine servono sgommatura e cardatura. È un lavoro che richiede esperienza, ed è uno dei motivi per cui si trova così di rado nella maglieria.

Ortica: che cosa sappiamo (e che cosa no)

La pianta è perenne, richiede poca concimazione e, per la coltivazione europea studiata nella rassegna, non risultano antiparassitari registrati. Non è però una fibra "a costo zero": ama l'acqua, non sopporta i ristagni e, come sottolineano gli stessi autori, gli studi disponibili sono ancora pochi. Per questo non vi promettiamo miracoli. Vi diciamo che cosa ci ha convinti: un filato morbido, con una fibra che ha una storia e una filiera da raccontare, scelto insieme a un partner che lavora in Italia. Le varietà himalayane, come vi abbiamo spiegato, sono quelle trattate da Maeko.

Yak: il sottopelo che vive oltre i 3.000 metri

Lo yak vive sugli altopiani dell'Asia centrale, a quote superiori ai 3.000 metri e con temperature che possono scendere fino a -50 °C. La fibra che interessa a noi non è il pelo esterno, grossolano (79-90 micron, usato per tende e corde), ma il sottopelo, lo yak down, con un diametro di 16-20 micron: paragonabile al cashmere, che si colloca sotto i 18,5.

Il sottopelo viene raccolto prima che l'animale lo perda naturalmente, tra la tarda primavera e l'inizio dell'estate, spesso pettinandolo. Ci riconosciamo in questo ritmo: anche le nostre pecore Sopravissana di Controra vengono tosate una volta l'anno, a maggio. Due greggi lontanissime, un calendario simile, scandito dalle stagioni e non dalle richieste del mercato.

Quanto scalda davvero lo yak

Si legge spesso che lo yak scaldi più della lana merino. È plausibile: l'aria trattenuta tra le fibre rallenta la dispersione del calore e l'acido miristico aiuta la fibra a mantenere calore anche quando è umida. Ma i vantaggi riportati nei diversi test vanno da circa il 10% a circa il 40% in più rispetto al merino, e i confronti non sono omogenei. Prendetelo come un'indicazione, non come una garanzia: per questo, nella mischia con il merino che abbiamo scelto, lo yak aggiunge calore e morbidezza, mentre il merino porta elasticità e tenuta della forma.

Un'altra cosa va detta con chiarezza: come tutte le fibre morbide, anche lo yak può formare dei piccoli pallini nei punti di maggiore sfregamento, come i gomiti o l'interno delle braccia. Non è un difetto, è una caratteristica delle fibre corte e fini. Si risolve con un po' di cura: un pettine anti pilling per cashmere e lana e un lavaggio delicato fanno durare il capo molto a lungo.

Perché ci interessano proprio queste due fibre

Ortica e yak non sono mode. Sono due fibre naturali con una storia lunga, lavorate da persone che conoscono il materiale, che entrano in un'idea di maglieria in cui contano l'origine, la durata e la riparabilità. Come per il resto della collezione, il nostro criterio resta lo stesso: pochi capi, scelti bene, da tenere a lungo. Se vi siete persi come è nata la partnership, trovate tutto nell'articolo Lanaioli e Maeko Filati: nasce una partnership per la maglieria a fibre naturali.

Fonti