Tra tutte le novità nate dalla partnership con Maeko Filati, questa è probabilmente quella che ci ha affascinato di più mentre la sviluppavamo: la mischia tra fibra di yak e la nostra lana merino. Una combinazione che unisce due mondi lontanissimi, quello degli altipiani del Centro Italia dove alleviamo le nostre pecore e quello degli altopiani himalayani dove vivono da millenni gli yak, e che nasce da un principio molto semplice: prendere il meglio di due fibre naturali per ottenere un filato che nessuna delle due, da sola, potrebbe dare.
Cos'è davvero la fibra di yak
Lo yak è un animale che vive tra il Tibet, l'Himalaya e alcune aree della Mongolia e dell'Asia centrale, a quote che superano i 3.000 metri e con temperature che possono scendere fino a -50°C. Per sopravvivere in condizioni tanto estreme, ha sviluppato un sottopelo, chiamato yak down (Yak fiber ), con caratteristiche straordinarie: un diametro di appena 16-20 micron, del tutto paragonabile a quello del cashmere (che si attesta sotto i 18,5 micron), e una capacità di isolamento termico che, secondo diversi test comparativi, può superare quella della lana merino fino al 40%. Il segreto sta nelle piccole sacche d'aria che si formano tra le fibre e in un acido grasso naturale, l'acido miristico, che agisce in modo simile alla lanolina della lana di pecora, aiutando il pelo a trattenere calore anche in condizioni di umidità.
Le comunità nomadi dell'altopiano tibetano lavorano questa fibra da oltre mille anni per realizzare abiti, tende, corde e coperte: un sapere artigianale antico quanto quello della lavorazione della lana merino che portiamo avanti noi nel Centro Italia.
Perché mischiarlo con il merino, e non usarlo da solo
Se lo yak down è così performante, verrebbe da chiedersi perché non utilizzarlo puro. La risposta sta nella tecnica della "mischia intima" che caratterizza il lavoro di Maeko Filati: unire le fibre prima della filatura permette di bilanciare i punti di forza di ciascuna. La lana merino, che conosciamo e lavoriamo da sempre, offre elasticità, capacità di recupero della forma e quella versatilità che rende un filato facile da lavorare a maglia mantenendo una buona resa nel tempo. Lo yak aggiunge un potere isolante superiore e una mano ancora più morbida, quasi setosa. Il risultato è un filato che scalda di più a parità di peso, mantiene meglio la forma dei capi nel tempo, e regala al tatto una sensazione che si avvicina a quella del cashmere, restando però una fibra più accessibile e, soprattutto, coerente con la nostra filosofia di utilizzare esclusivamente materie prime naturali.
Un ponte tra due filiere corte
C'è poi un aspetto che ci sta particolarmente a cuore raccontare: la raccolta della fibra di yak, quando fatta correttamente, è un processo che non richiede l'abbattimento dell'animale, avviene tipicamente attraverso la pettinatura del sottopelo nel periodo della muta stagionale, in un rapporto secolare tra le comunità pastorali himalayane e i loro animali che assomiglia, per molti versi, a quello che viviamo noi con il nostro gregge nel Centro Italia. Due filiere lontanissime nello spazio, ma vicine nella filosofia: rispetto per l'animale, per la tradizione pastorale e per un prodotto che nasce dalla pazienza più che dalla velocità.
Cosa significa per i vostri capi
Nei capi della nuova collezione realizzati con questa mischia, il merino porta la sua elasticità e la sua storia di filiera corta italiana, mentre lo yak aggiunge quel calore in più che serve nei mesi più rigidi dell'inverno, senza appesantire il capo né comprometterne la leggerezza. È esattamente il tipo di innovazione che ci interessa: non un materiale di moda, ma una risposta concreta a un bisogno reale, costruita attraverso la ricerca di un partner, Maeko Filati , che condivide la nostra stessa attenzione per la qualità e la naturalità della materia prima.
Con questo terzo articolo chiudiamo, per ora, il racconto della nostra nuova collezione autunno-inverno. Continuate a seguirci: i primi capi realizzati con questi nuovi filati non tarderanno ad arrivare.