Rifiuti tessili: una maglia si ripara nel laboratorio Lanaioli invece di essere buttata

Rifiuti tessili: la discarica invisibile dove finiscono i vestiti che buttiamo

Rifiuti tessili: quando mettiamo un maglione nel contenitore giallo per la raccolta degli abiti usati, tendiamo a pensare che il suo viaggio finisca lì, con un lieto fine. La realtà è più complicata, e vale la pena guardarla in faccia con i numeri, distinguendo quello che sappiamo da quello che è ancora discusso. Non per fare la morale, ma perché capire dove vanno i vestiti cambia il modo in cui li compriamo e li teniamo.

Rifiuti tessili: cosa succede dopo il contenitore giallo

Secondo l'Agenzia europea dell'ambiente, in media il 38% dei tessili usati nell'Unione europea viene raccolto separatamente: la percentuale cambia molto da un Paese all'altro, dal 12% della Spagna al 60% della Germania. Una parte viene rivenduta come usato in Europa, una parte riciclata, una parte esportata.

Le esportazioni sono quelle che hanno fatto più strada: dal 2000 al 2019 le esportazioni di tessili usati dell'UE sono quasi triplicate, da poco più di 550.000 a quasi 1,7 milioni di tonnellate, cioè circa 3,8 chili a persona. Nel 2019 il 46% è arrivato in Africa e il 41% in Asia. La maggior parte di quei carichi è classificata come abbigliamento usato, non come rifiuto. Ma l'Agenzia precisa che sull'effettivo tasso di riutilizzo nei Paesi di destinazione ci sono pochissime ricerche, e che ciò che non è riutilizzabile finisce, in gran parte dell'Africa, in discariche a cielo aperto o in circuiti informali.

Il caso discusso di Kantamanto, in Ghana

Il mercato di Kantamanto, ad Accra, è diventato il simbolo di questa storia. Il Ghana è il secondo importatore africano di abbigliamento usato e, secondo quanto riportato dalla stampa di settore, il commercio dà lavoro a circa 2,5 milioni di persone. Proprio per questo i numeri sono contesi. Uno studio della Or Foundation del 2022 ha stimato che circa il 4% di una balla in arrivo possa considerarsi rifiuto, mentre il 40% citato spesso riguarda i capi invenduti che escono dal mercato come scarto. L'associazione dei commercianti di abbigliamento usato (GUCDA) ha contestato quel 40% in un rapporto del 2024, sostenendo che meno del 5% di ciò che arriva sia rifiuto.

Non prendiamo posizione su chi abbia ragione. Il punto che ci interessa è un altro: il commercio dell'usato è anche una fonte di reddito, e il problema nasce soprattutto quando la qualità dei capi è così bassa che nessuno li può rivendere. Più un capo è fatto per durare, meno rischia di diventare un peso per qualcun altro.

Atacama, il deserto dei vestiti invenduti

Un altro caso documentato è il deserto di Atacama, in Cile. Secondo un servizio dell'agenzia AFP del 2021, ogni anno circa 59.000 tonnellate di vestiti arrivano nel porto franco di Iquique, e almeno 39.000 non riescono a essere vendute e finiscono in discariche nel deserto. I capi sono prodotti in Paesi come Cina e Bangladesh e passano da Europa, Asia o Stati Uniti prima di arrivare in Cile. Il dato è del 2021, e sulla situazione attuale servono verifiche aggiornate, ma resta una fotografia utile di cosa succede quando l'offerta di abiti supera la domanda.

Cosa sta cambiando in Europa

La politica si sta muovendo. Con la direttiva (UE) 2025/1892, adottata il 10 settembre 2025, gli Stati membri dovranno istituire entro il 17 aprile 2028 sistemi di responsabilità estesa del produttore per i tessili: chi immette sul mercato abiti e calzature dovrà coprire i costi di raccolta e gestione dei rifiuti. Il recepimento nelle leggi nazionali è previsto entro il 17 giugno 2027. Inoltre, secondo l'Agenzia europea dell'ambiente, dal 2025 tutti i Paesi dell'Unione devono raccogliere separatamente i rifiuti tessili. Sono passi importanti, ma richiederanno anni per farsi sentire.

Riparare: la scelta più concreta che possiamo fare

Un maglione riparato non risolve un problema che si misura in milioni di tonnellate. Ma è la parte che dipende da noi, ed è la più semplice. Il capo meno impattante è quello che già avete: ogni anno in più in cui lo indossate è un anno in cui non ne comprate uno nuovo. Per questo Lanaioli ha creato un servizio di riparazione sartoriale, aperto a capi di qualsiasi brand: costa da 18 a 29,90 euro e, tra ricezione, intervento e rispedizione, richiede circa 7-21 giorni. Cuciture scucite, bottoni mancanti, piccoli strappi: una nostra artigiana valuta ogni capo e vi dice prima se la riparazione è possibile.

Il resto lo fa la scelta di cosa comprare. Meno capi, di qualità, in fibre naturali, e con una storia che si può raccontare: lo abbiamo spiegato in Quanti vestiti compra (e butta) un italiano ogni anno e nel nostro lavoro con il cashmere rigenerato, che dà una seconda vita a fibre preziose. Se volete capire come far durare una maglia, trovate i consigli nella pagina Come lavare cashmere e lana.

Fonti

Foto di copertina: Ilaria Ceccherini, Alice Periccioli.