La Sopravvissana: la razza ovina che l'ex Stato Pontificio non ha dimenticato

La Sopravvissana: la razza ovina che l'ex Stato Pontificio non ha dimenticato

A fine maggio vi avevamo raccontato la tosatura nella nostra azienda agricola di famiglia, promettendovi che presto sarebbe arrivato il momento di svelarvi qualcosa che allora avevamo tenuto volutamente nascosto: il nome della razza a cui apparteniamo un po' anche noi, da quando abbiamo scelto di allevarla. Quel momento è arrivato: le pecore che alleviamo appartengono alla razza Sopravvissana, e oggi vogliamo raccontarvi la sua storia, che è molto più di una semplice scheda tecnica da manuale di zootecnia.

Una razza nata da un incontro, tra i Monti Sibillini e la Spagna

La storia della Sopravvissana comincia nel Settecento a Visso, nel cuore dei Monti Sibillini, in provincia di Macerata. Qui viveva da secoli la pecora Vissana, una razza appenninica rustica, abituata alla transumanza tra i pascoli di montagna e le pianure del basso Lazio. A partire dalla seconda metà del Settecento, gli allevatori locali iniziarono a incrociare la Vissana con arieti Merinos di origine spagnola e francese, in un lavoro di selezione che si protrasse per decenni, fino a consolidarsi tra il 1820 e il 1830. Nacque così una razza nuova, che dal nome del paese d'origine e dal sangue Merinos che scorreva nelle sue vene prese il nome di "Sopravvissana": letteralmente, "sopra" la Vissana.

Il risultato fu un animale a triplice attitudine, capace di produrre lana, carne e latte di qualità, che si diffuse rapidamente ben oltre i confini delle Marche: Umbria, Lazio, Toscana, Abruzzo, Molise, fino alla Puglia. Non è un caso che questo areale ricalchi quasi perfettamente i territori centrali dell'ex Stato Pontificio: per secoli, i pascoli montani estivi e le pianure laziali dove le greggi scendevano d'inverno attraverso le vie della transumanza sono stati amministrati sotto la stessa autorità politica ed ecclesiastica, molto prima che questi confini diventassero regioni della Repubblica Italiana. La Sopravvissana, in un certo senso, ha attraversato la storia d'Italia prima ancora che l'Italia esistesse come stato unico.

Una lana bianca, fine, quasi dimenticata

Dal punto di vista tessile, la Sopravvissana produce un vello bianco, fitto, con bioccoli dalla struttura prismatica che ricopre tutto il tronco dell'animale. La produzione media si aggira intorno ai 6,5 kg di lana all'anno per gli arieti e 4,5 kg per le pecore, con una finezza della fibra che è sempre stata apprezzata dai lanieri italiani, prima che le grandi produzioni industriali di lana merino australiana e neozelandese rendessero le razze italiane meno redditizie e progressivamente abbandonate, come raccontiamo da tempo parlando del nostro progetto di filiera corta.

Riconoscerla non è difficile: gli arieti hanno corna robuste avvolte a spirale, mentre le pecore sono acorni, cioè senza corna, con il profilo del muso leggermente montonino nei maschi e diritto nelle femmine.

Perché abbiamo scelto proprio questa razza

Quando abbiamo deciso di avviare un allevamento di proprietà per la nostra filiera corta della lana merino italiana, non volevamo semplicemente allevare pecore: volevamo contribuire a salvare un pezzo di patrimonio zootecnico italiano che rischia di scomparire. La Sopravvissana è oggi una razza a rischio, sostenuta da un numero ristretto di allevatori che, come noi, credono che valga la pena continuare a selezionarla e a valorizzarla, anziché lasciarla sparire insieme alla memoria di chi l'ha allevata per due secoli.

Nei prossimi articoli vi racconteremo come, da questa lana, si arriva fino ai capi che indossate: dalla nostra azienda agricola in Lazio ai laboratori artigianali italiani che la trasformano in filato, e perché tutelare una razza in via di estinzione non sia solo un gesto valoriale, ma anche una scelta di impresa che ci sta particolarmente a cuore.

Benvenuta ufficialmente nella nostra storia, Sopravvissana: era ora di presentarti con il tuo nome.

Fonti